Calza a pennello

“La scuola di formazione per operatori sanitari a Maridi, voluta e sostenuta da Amref, appare come un campus svizzero in piena savana. Le costruzioni sono in cemento, ordinate e linde, circondate da giardini e piccoli alberelli, dall’alto incombe una grande cisterna per l’acqua e in una baracca di latta lucida è alloggiato un generatore di elettricità, che rimbomba sordo al nostro passaggio. Sulla nostra sinistra si allineano le case dormitorio, lunghe e strette ma ben areate, con spazi interni comuni per conversare, sulla destra ci sono le aule laboratorio divise a seconda delle materie insegnate.

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I ragazzi che ci vengono incontro sono ben vestiti, con una divisa collegiale identica per tutti, pantaloni blu e camicie celesti, sono sorridenti e disponibili a mostrarci la loro scuola. Erano stati preavvertiti della nostra visita e ci tengono a fare bella figura. Tutto intorno alla tenuta corre una triplice massa arrotolata di filo spinato, e all’ingresso ci sono guardie armate di fucili e provviste di radio.

Siamo in Sudan, la guerra è finita da poco e nessuno qui se la sente di scommettere che la pace potrà durare davvero. Arrivando qui in jeep ho intravisto un paesaggio devastato, approssimativo, incerto.

Maridi, prima della guerra, era una cittadina fiorente, come tutto il Sudan del resto. Ora da quel che ho visto sembra scomparsa, resti di edifici, macilente strutture che non si riesce neanche più a definire. Questa scuola di formazione è un’isola e sembra un’isola felice.

Quelli che mi erano sembrati dei ragazzi scopro essere uomini fatti, gli studenti sono tutti sui trent’anni. Venti e più annidi guerra tra nord e sud del Sudan hanno azzerato intere generazioni di possibili studenti. Questi giovani sono alla loro ultima spiaggia e sono molto fortunati a essere scelti da Amref. Se ne rendono benissimo conto. Non possono perdere l’occasione che gli è stata offerta. Qui stanno imparando a diventare operatori sanitari, una professione di cui ci sarà molto bisogno in Sudan, dopo tanti anni di guerra.

In tre anni si formeranno come paramedici, capaci di intervenire in situazioni estreme,di favorire la prevenzione, di educare la popolazione alle regole igieniche, di operare come pronto soccorso di emergenza.

Il direttore dell’ospedale è ugandese, James Ofono, che avevo conosciuto a Nairobi due anni fa.

[…]

I giovani che frequentano la scuola appartengono a diverse etnie del sud del Sudan. C’è qualche Nuba, qualche Bar el Ghazal, e molti Dinka e Nuer, le etnie egemoni che dopo la pace del 2005 si stanno spartendo il potere nel territorio del sud a scapito delle altre etnie meno forti. La guerra tra nord e sud del Sudan era cominciata nel 1983 quando John Garang aveva guidato I Dinka, a religione cristiano animista, riuniti nella sigla Spla, Sudan People Liberation Army, contro il governo islamico del nord, il National Islamic Front.

I Nuer, capeggiati da Riek Machar, anche loro cristiani animisti, in un primo tempo avevano combattuto a fianco dei Dinka, poi nel 1991 avevano cominciato una lotta interna e sanguinosa contro I loro alleati. Il processo che ha portato alla pace, promosso e portato avanti da inglesi, americani, norvegesi e in parte italiani, è stato lunghissimo e si è concluso nel 2005. A quel punto I Nuer si sono alleati nuovamente con I Dinka e ora governano insieme tutto il territorio del sud, ma la tensione tra le due etnie è molto alta. E’ una lotta quotidiana a chi occupa più counties, le suddivisioni amministrative del territorio previste dal trattato di pace, che prevede un interregno di sei anni, fino a che con un referendum il sud deciderà se divenire indipendente dal nord.

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Fino a quella data c’è la corsa al potere per accaparrarsi I diversi capitolati su cui la stessa pace è costruita, per esempio la gestione delle risorse petrolifere: il Sudan è pieno di petrolio e questa è stata una delle cause più evidenti del conflitto e della presenza delle super potenze nel corso della guerra.

Poi c’è la pianificazione delle risorse idriche, altro capitolo molto appetibile. Il Sudan è attraversato dal Nilo e l’Egitto teme che, quando si comincerà a investire in strutture e a pianificare l’agricoltura, una buona dose delle acque del Nilo se la succhieranno I campi sudanesi. Insomma, all’appuntamento del prossimo referendum sono in molti ad essere convinti che non si arriverà tanto tranquillamente, e che prima di allora potrebbe benissimo scoppiare una guerra civile tra le varie etnie del sud del Sudan, fomentata da nazioni esterne che hanno tutto il loro vantaggio a tenere il paese in uno stato di instabilità. Intanto si incontrano cinesi ovunque, pronti con le loro imprese a basso costo a ricostruire il Sudan dalle fondamenta.

La scuola di formazione di Amref, pur essendo piccola cosa, è vista dal potere locale come un luogo “ricco di potenzialità”.

L’apparente tranquillità svizzera della scuola cela in realtà molte tensioni interetniche, difficili da comprendere e a volte inspiegabili nella loro ferocia.

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Tra qualche giorno poi, ci spiega il direttore, si terranno gli esami e la selezione sarà durissima, per cui la tensione tra gli studenti è ancora più alta. Lui è tranquillo, è abituato a questo genere di progetti e finora ha saputo gestire la scuola in mezzo a mille difficoltà e pressioni, con mano ferma e piglio manageriale. I Dinka che governano il county di Maridi più volte hanno tentato di imporre le loro decisioni sulle scelte degli iscritti e sulle selezioni per favorire la propria etnia.

La visita prosegue nelle aule-laboratorio. A turno gli studenti ci mostrano, a mò di lezioncina, come si fa un’analisi del sangue, come si usa l’apparecchio per l’elettrocardiogramma, ci illustrano, con calchi in gesso dell’apparato digerente, le principali malattie endemiche presenti nella zona. Quelli prescelti per le spiegazioni sono molto orgogliosi, parlano un inglese perfetto e gli altri applaudono alla fine di ogni intervento. Non si finisce più, ma il rituale della visita è rigoroso, come pure le presentazioni dei vari vice direttori e insegnanti. Guardo gli studenti, a me sembrano tutti uguali, non saprei distinguere un membro di un’etnia dall’altro, per loro invece I segni di appartenenza devono essere molto chiari, incisi nella corporatura o nel modo di parlare. A vederli, così pronti e coscienziosi, mi sembra incredibile che questi giovani possano portare in sé antichi odi tribali. Per questo la scuola è una scommessa che vale per tutto il Sudan, e che forse vale per ogni paese in cui per anni ci si è massacrati tra vicini di casa. E’ un modo concreto, pragmatico, per ripartire, costruendo insieme il proprio futuro. Quando, ormai esausti, stiamo per andare via, ci si avvicina uno studente che mi prega di aiutarlo a trovare una borsa di studio per proseguire gli studi e diventare medico e non semplice operatore. Non so che dirgli, è molto insistente, mi rifila il suo curriculum, io lo indirizzo verso Tommy che saprà cavarsela meglio di me. Lui è deluso, si vede da come mi saluta: “qui non c’è futuro per me” mi dice scuotendo la testa. Capisco il suo desiderio di fare un salto sociale e di cogliere al volo un’occasione ma davvero non saprei come aiutarlo.

[…]

Percorriamo un grande viale alberato, alti alberi di tek, come colonne antiche, c’accompagnano verso il centro cittadino. Nonostante lo sfacelo della guerra si può capire quanto doveva essere bello il Sudan, ai tempi del colonialismo inglese, ricco di vegetazione lussureggiante, pieno di palme, e fontane e canali. Qui e là si vedono capanne in costruzione, fatte di mura circolari, ottenute con mattoni curvi che riproducono in argilla l’effimero cerchio delle capanne tradizionali di paglia. I mattoni vengono cotti in fornaci provvisorie, che si allineano lungo la strada. Impastati a mano, vengono disposti a cono, lasciando un vuoto centrale, fino a formare una piccola piramide che viene poi ricoperta interamente di fango e terra.

[…]

Grandi buche, ampie come crateri, squarciano il percorso fino all’ingresso del viale che porta all’ospedale. Le costruzioni sono delle strutture lunghe, fradice, semidiroccate. La pioggia col tempo ha scavato le fondamenta che appaiono come tanti isolotti sospesi. Il direttore dell’ospedale è un giovane sudanese, in giacca cravatta, ci guida in visita ai reparti. In grandi stanzoni maleodoranti sono accampati I malati, I più a terra in stuoie, qualcuno su qualche lettino senza materasso, direttamente sulla rete. Il tetto rattoppato di lamiere è bucato in più punti. Non vedo apparecchiature ospedaliere, né materassi sanitari, nessuna flebo, niente.

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Nel laboratorio perle analisi del sangue, su un piccolo tavolino di formica, c’è un gruppo di siringhe sporche, accanto ai vetrini per le analisi, pieni di mosche, le pareti sono scrostate, con appesi manifesti stinti che spiegano, a disegni, I giusti comportamenti da tenere per evitare le infezioni. A terra scie di sangue rappreso, sporcizia accumulata, e ovunque un odore nauseabondo, un misto di feci e carne in putrefazione. Molti malati sui loro stracci, alcuni si lavano I vestiti nel rigagnolo fetido che esce dai bagni.

Ci sono capre ovunque, scheletriche, che brucano la poca erba secca, insieme a tacchini e polli che razzolano all’intorno. Penso all’efficienza della scuola di Ofono, alle attrezzature scientifiche che ho visto, e mi prende una tristezza infinita, capisco cosa voleva dire quello studente. Qui dovrebbero lavorare I nuovi operatori sanitari usciti da quella scuola, in queste condizioni. Questo è il Sudan malato che dovrebbero riuscire a guarire. Un bambino vomita vicino a un albero, la madre cerca di trattenere gli spasmi, nessuno viene in loro aiuto.

[…]

La guerra deve essere un’esperienza tremenda, starci in mezzo un orrore indicibile, ma quando quell’orrore finisce ne comincia un altro, peggiore perché solo allora si misura davvero ciò che durante la guerra si è perso, la dignità dell’essere umano. Non so più dove guardare, che fare.

[…]

Dunque siamo impotenti, questa è la sensazione che mi pervade. Quello che mi fa più male è la bellezza del paesaggio intorno, il cielo immenso, gli alberi di tek, la vegetazione selvaggia che entra ovunque a riprendersi il suo posto, non è giusto che ci sia tanto splendore in tanto umano disastro. E’ come se la natura venisse qui a misurare la nostra inadeguatezza ad abitarla.”

Frammento tratto da L’Amore Buono di Marco Baliani, scritto nel 2006. Parte delle proiezioni e ipotesi politiche si sono avverate. Parte delle descrizioni dell’ospedale di Maridi coincidono con questa piccola e circoscritta realtà di Tonj. Parte delle sensazioni provate e che ci portiamo dentro sono tra queste pagine di libro.

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Qualcuno prima di noi ha percorso la stessa strada e al bivio ha imbroccato la salita. Queste parole ci fanno riflettere come è importante, prima ancora di costruire grandi scuole per formare operatori alla maniera occidentale, quanto sia importante cominciare dal basso. Necessità di formazione ce n’è tanta, ma la formazione deve partire dal basso, dalle piccole cose, dalla quotidianità. Per questo queste parole ci aiutano a ripensare alle priorità e ripartire da zero: dall’acqua, dalla polvere, dal cotone fino agli stracci. Ecco la nostra nuova sfida.

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