CARTA CARBONE

“Più l’uomo si avvicina all’ignoto, più diventa ingegnoso, più velocemente impara ad agire in modi nuovi.” (cit. Buckminster Fuller)

Ciao, siamo Damiano e Sara, stiamo partendo per Tonj e abbiamo intenzione di portarvi con noi!

Questa è la pagina che l’Associazione ON OFF ci ha messo a disposizione. Qui, noi vogliamo creare “un ponte che lascia passare le persone, un ponte che collega i modi di pensare…un ponte per andare” (cit. Silvestri, Fabi, Gazzè – Life Is Sweet). Qui sarete con noi, a Tonj, in Sud Sudan e qui saremo con voi, in Italia.

A presto!

 

  • Dhuck Cien – Tornare

    Dicono che l’Africa ti cambi dentro. Dicono che smuove, agita, rompe, distrugge, ricrea, ridisintegra e lascia il segno dentro di te.

    Dicono che dall’Africa si torna sempre con qualcosa di diverso. Alcuni tornano con dei segni visibili nel loro modo di fare, altri tornano con negli occhi gli sguardi dei bambini, quei volti invecchiati, dagli occhi che hanno visto più di te. E poi ci sono quelli che tornano con l’amaro in bocca delle immagini solo sentite e raccontate prima di averle viste davvero. Poi ci sono quelli che portano i segni sul corpo. Qualcuno è tornato con qualche chilo in meno, qualcun altro si porta dietro i segni di malattie dormienti, cicatrici di tagli commessi per errore, bruciature da fuoco.

    L’Africa ti riporta all’origine sempre.

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    E noi? Cosa ci porteremo da questo continente nero?

    Forse ci porteremo tutti i bambini che non siamo riusciti a incontrare, forse ci porteremo a casa le loro mani e il sangue della mucca che scorre pure nelle loro vene.

    Forse ci porteremo il fango dopo la pioggia, la melmosità di un terreno poco solido che ti fa sprofondare nella fossa, soli con noi stessi, perché forse è proprio questo quello di cui abbiamo bisogno: fare i conti con la nostra solitudine.

    Forse ci porteremo in Italia il bruciore di stomaco dell’impotenza, di quando non puoi fare nulla per cambiare le cose che vedi e ti fanno male.

    Forse torneremo a casa con la voglia di terra, arida o fangosa che sia, ma terra.

    Forse porteremo con noi tutti i colori che abbiamo vissuto, ci riempiremo di quei ricordi luminosi, dei sorrisi, dei tamburi, del ritmo e delle danze. Forse torneremo danzando i loro suoni e le loro suppliche per un mondo che non vedono, che gli hanno tolto, continuano a togliere e a togliersi.

    Forse voleremo più leggeri di prima, senza vestiti, nudi, a piedi scalzi. Forse porteremo l’odore dell’Afica sulla nostra pelle. Quel sapore di polvere misto a sudore e fatica.

    Forse sarà il fuoco ad accompagnarci nel viaggio. Sarà quel calore nel cuore che scalda ogni momento crudo.

    Forse sarà la notte, quella vera, ad accompagnare a casa le nostre paure. Quelle paure ancestrali, che si scoprono solo nel buio, il buio vero, che nel centro dell’Africa vive più forte e cattura il nostro corpo nell’ombra.

    Forse torneremo a casa con i fucili alle mani, I fucili che abbiamo sentito durante le nostre notti insonni. Non sempre si trattavano di fucili di guerra, delle volte erano fucili di festa. Colpi nell’aria per la lotta all’indipendenza, alla libertà.

    Forse torneremo con la voglia di lottare anche noi, una lotta fatta di mani pulite, senza armi e denaro: il fucile ce l’abbiamo dentro, caricato e pronto a sparare il proiettile di noi stessi sul mondo.

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    Forse l’intera Africa partirà con noi e non ci abbandonerà.

    O forse niente di tutto questo rimarrà con noi, forse niente cambierà nella nostra vita e niente è già cambiato. Saremo sempre noi, sempre gli stessi.

    Forse non scopriremo mai quali segni questa terra ci ha lasciato fuori e dentro di noi, saranno gli altri a farcelo scoprire.

    Tornare, Dhuk Cien Baai. Torniamo a casa, mamma Italia.

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  • QUANDO LE DONNE CANTANO

    L’abbiamo detto, ogni nome qui, porta con se un senso profondo. Quando senti chiamare un nome nell’aria, ascolti pure il suono del significato che trascina con sé. Ed è incredibile come i nomi, delle volte, siano così azzeccati e così legati alla persona che l’indossa.

    Nyawich significa persona con la testa. Nyawich è una donna appartenente al gruppo etnico dei Nuer, lavora come addetta alle pulizie nell’ospedale e suo marito è un Dinka.

    Si sa, tra Dinka e Nuer non corre buon sangue, le differenze etniche qui sono marcate dai modi di fare, dai segni, dalle piccole e grandi incisioni e i solchi sulla pelle.

    Diciamo anche che le donne qui non sono proprio allo stesso livello dell’uomo. La donna viene venduta dal padre, in cambio di una quantità di mucche paragonabile al valore della sua bellezza, all’uomo che la riceverà per moglie. L’affare è totalmente a discrezione del padre e dell’uomo che verrà.

    La donna resta comunque un affare. Spesso lo sposo ne compra una seconda, da un’altra famiglia. All’uomo inoltre viene concesso di sposarsi più volte, ma se una delle sue donne viene trovata con un altro uomo invece, l’unica sorte che attende quest’ultima è la prigionia.

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    Nyawich ha sette figli: il più grande ha quattordici anni e la più piccola sette mesi. Suo marito lavora come guardiano del carcere di Tonj e prende quattro volte il suo stipendio.

    Nyawich ogni mattina è all’ospedale puntuale, dopo tre chilometri di strada a piedi sotto il sole africano arriva e prepara l’occorrente per pulire. Spesso solleva pesi, sposta materiale di magazzino e si arrampica per rimuovere le ragnatele dal soffitto.

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    Ogni tanto mentre lavora intona una canzone. Il suono della sua voce arriva delicato in ogni stanza e tra una nota e l’altra scappa sempre una risata. Lo dicono in molti che Nyawich è veramente una donna strong. Ed effettivamente Nyawich dopo il lavoro torna a casa, sta quel poco di tempo libero che le rimane con i suoi bambini e nel pomeriggio ritorna alla carica, si munisce di scopa e secchiello e continua a pulire e mettere ordine. Questa volta però dalle suore ad altrettanti tre chilometri dalla parte opposta della strada, Nyawich si rende disponibile per pulire il compound in cambio dell’istruzione dei suoi figli. Ha chiesto alle suore di far studiare i suoi bambini alla loro scuola, ma purtroppo non avendo la possibilità economica per pagare le retta, ha deciso di esserci nel pratico. Dopo un lungo pomeriggio dalle suore, sul far della sera, rientra a casa e inizia ad accendere il fuoco per preparare l’unico pasto della giornata per lei e i suoi bambini.

    Il marito di Nyawich non passa un soldo per il mantenimento dei suoi figli, vive nella casa della seconda moglie e ogni tanto passa a fare un saluto. I figli di Nyawich sono Dinka, l’appartenenza etnica la passa solo ed esclusivamente il papà.

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    Spesso a fine mese Nyawich viene a lavoro senza forze perché capita che in quei giorni né lei, né i suoi figli riescano a permettersi nemmeno il loro unico pasto della giornata. Ma Nyawich non si ferma, continua a strofinare mobili, disfare e rifare letti, spazzare pavimenti, sistemare il cortile dell’ospedale senza fermarsi un attimo, anche quando la sua energia fa fatica ad emergere. E intanto canta, canta il suo nome e il nome dei suoi figli. Lei sa che lavorare significa lottare.

    Lottare per poter alimentare i suoi bambini, lottare per sé stessa e la sua forza, lottare per tutte le donne come lei, per tutte le madri al mondo. Lottare per una Tonj diversa, lottare per lo sviluppo della sua gente e non fermarsi mai, nè con la pioggia, nè con il sole che cuoce le teste. Nyawich è colei con la testa e con la sua testa sa che non potrà fermarsi mai, che ogni occasione è un’opportunità grandiosa di continuare a vivere tra la sua gente e far credere a questa gente che la donna vale. La donna vale la sua voce, la sua canzone, la sua energia e la sua forza materna.

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    Il suo canto ci dice che i suoi passi non si fermeranno e continueranno ad avanzare per tutte le donne che continueranno a cantare per lei.

    Un canto per Mery, picchiata e messa in prigione, un canto per Nyawich e la sua testa, un canto per Zara usata per produrre e mantenere la discendenza Dinka di un ragazzino, un canto per Teresa e le sue mani sempre nella terra, un canto per Elizabeth quattordicenne neomamma, un canto per la piccola Maria venuta al mondo. Un canto per tutte le donne del Sud Sudan.

    E quando vi sentite deboli e senza energie nella vostra lotta, continuate a cantare e farci sentire la vostra voce.

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  • Deng

    L’acqua che scende dal cielo noi la chiamiamo pioggia. E in questa parola, in effetti, si può sentire il ticchettio delle gocce che scendono e arrivano a terra. La pioggia è qualcosa che bagna, unge, è uggiosa, è forte e leggera nello stesso tempo. E’ qualcosa che infanga, è qualcosa che rigenera, è qualcosa che distrugge e demolisce, sotterra. La pioggia purifica e intossica, la pioggia corrode la roccia e pulisce le superfici sporche.

    Qui la pioggia è Deng e il suo suono è più forte, le sue gocce sono incredibilmente più grandi e rumorose e quando arrivano a terra non formano solo pozzanghere, creano laghi. Deng è una magia che libera le persone dai sei mesi di siccità, Deng è vita, è quell’ acqua che permette la coltivazione della terra e arricchisce di verde il paesaggio, bagna il secco e genera luce, riporta le persone ad uscire di casa e a rinascere.

    E Ogni nascita viene battezzata da un nome e da queste parti il nome lo dà il tempo. L’istante in cui nasci è l’istante che ti identificherà per tutta la vita. C’è chi nasce nei cattle camp, vicino alle mucche, e prende il nome del colore della mucca che era presente alla sua venuta al mondo.

    Mabil, Maker, Majok, Machar, Mabjor sono i colori e le forme delle macchie delle mucche oltre ad essere dei nomi di persona, ma chi nasce nel periodo delle pioggie, mentre sta piovendo, allora il suo nome sarà Deng.

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    E’ vero le nuove creature che arrivano tra aprile e ottobre probabilmente porteranno tutti questo nome, poiché la pioggia avanza, insiste e permane giorno dopo giorno, ma questo nome per noi, è solo e soltanto Deng, il nostro amico pioggia.

    Deng è un bambino senza età, o almeno, non conosce la sua età come la maggior parte dei bambini e delle persone qui a Tonj. Non esiste anagrafe, non esiste un modo per ricordare il giorno in cui si è nati, se non il nome che ti dice chi sei. Ebbene Deng avrà ad occhio e croce una decina d’anni, ma forse anche meno, ma la polvere e le sue condizioni di vita lo portano a dimostrare qualche annetto in più.

    Deng lo si riconosce dal suono della sua voce, quando è nei d’intorni, arriva imitando il verso delle capre, parla con i cani e sembra dirgli delle cose veramente belle dato che gli fanno le feste più grandi. E quando arriva è sempre una festa anche per noi. Deng ti prende la mano per salutarti, si guarda attorno e prende quello che trova per aiutarti, ti può regalare un elastico come braccialetto o indicarti col dito per cercare di dirti qualcosa.

    Deng non lo ferma nessuno, se vuole aiutarti a spazzare per terra ti toglie la scopa dalle mani e continua a spazzare lui, se stai sollevando pesi, arriva a sostenere il peso insieme a te.

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    Deng ha uno sguardo infinito, il suo occhio strabico e la sua fronte deforme gli permettono di vedere una realtà unica, solo lui può vedere e sentire il suo mondo. E nel suo mondo ci sono animali con cui comunicare e il tentativo di avere contatto con adulti ed altri bambini. Può chiamare la tua attenzione per farsi guardare quando è vicino a una pozza d’acqua putrida, puoi vederlo avvicinarsi all’acqua nell’ atto di bere, ma lo fa con calma per aspettare un tuo cenno che lo fermi, che lo faccia sentire cercato. La lingua di Deng comunque toccherà l’acqua per poi schioccare e dare il via a un’altra profonda risata.

    Deng è solo.

    Deng è un bambino di strada, oltre ad essere un bambino con degli evidenti disturbi mentali. Non sappiamo se ha dei genitori alle spalle che non lo hanno accettato o abbandonato, non sappiamo se i genitori siano vivi o morti, non conosciamo nulla di lui, se non la sua voce, il suo odore e le sue mani.

    Ogni tanto Deng lo incontriamo per la strada in compagnia di Chol, un altro bambino di strada. Anche Chol è un nome molto comune e lo si dà ai bambini che prendono il posto ad un fratello o una sorella che non ce l’ha fatta prima di lui. La mamma e il papà ai quali muore un figlio, aspettano l’arrivo del successivo e lo chiamano Chol. Achol nel caso nasca femmina.

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    Deng e Chol sono senza vestiti, o meglio, una maglietta del colore della terra li veste dalla testa ai piedi, tuttavia alcune parti del corpo si possono intravedere attraverso degli squarci. Non possiedono nient’altro, in quattro mesi non li abbiamo mai visti con altro addosso, solo una volta con un elastico a mo’ di braccialetto. Chol è un amico fedele, anche lui, vive per strada, ma è un compagno che ascolta, segue e insegue il mondo che Deng ha dentro.

    Il mondo di Deng deve essere veramente affascinante, ce lo immaginiamo pieno di colori, di voci che parlano e dicono delle cose veramente simpatiche perché lo troviamo spesso ridere da solo.

    Deng a volte vuole fare a botte con qualcuno, mostra i pugni chiusi e li avvicina alla faccia per prendere lo slancio a colpire. Colpisce l’aria come se avesse un nemico immaginario. E allora pensi che ogni gesto, ogni cosa che questo bambino fa uscire da sé è frutto di un processo imitativo di ciò che ogni giorno è abituato a vedere. Botte, violenza, emarginazione.

    Quale futuro per un bambino senza famiglia, senza una società che lo supporti, senza dei servizi che lo tutelino? Non c’è società, non c’è assistenza, c’è solo il nulla.

    In Sud Sudan molti bambini vengono arruolati nell’esercito, molti dei quali vengono rapiti alle famiglie per combattere.

    Questo probabilmente non sarà il futuro di Deng perché per essere arruolato bisogna possedere dei requisiti importanti sia a livello fisico che mentale, cosa che Deng non possiede. Per fortuna, ci viene da dire. Ma allora che futuro può avere un bambino senza la possibilità di un’alimentazione sana, senza famiglia, senza istruzione, senza tutela. Dove sono i suoi diritti?

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    Eppure ogni giorno Deng c’è, con la sua voce, il suo canto, il suo dialogo con la natura e ciò che lo circonda. Ed ogni giorno sfida la fame, la strada, la pazzia, la solitudine, la casa e persino la morte.

    Perché Deng è pioggia.

  • Il viaggio continua

    La strada è bucata da solchi grandi come crateri, ricolmi di acqua putrida e fango. La macchina è forte e segue il ritmo dell’acqua depositata ai suoi piedi. Il movimento della macchina è scattoso, accellera e frena, accellera e frena, ti solleva dal sedile e ti fa volare dentro l’abitacolo, ti fa sbattere la testa e ti riporta sul sedile in un’altra posizione. Tre ore erano troppe una volta, ora volano come fossero minuti. I nostri occhi si aprono in un verde soffice e sinuoso, mai vista una vegetazione così viva e incontaminata. Siamo dentro al bush, siamo nel verde più verde dei verdi. La strada è circondata da alberi con foglie grandi come ventagli. A tratti si vedono alberi mastodontici caduti a terra, distrutti dal vento e dalla pioggia. Ed è da questi alberi che si capisce come qui, più che in ogni altro posto del mondo, la natura sovrasta, non è dominabile. E’ ora che capisco quanta vulnerabilità esistenziale scorre nel sangue dell’uomo. Io lo scopro ora, osservando gli alberi a terra e interfacciandomi con gli africani che, dal loro modo di fare, si percepisce la loro rassegnazione a riguardo. E’ come se avessero capito che la vita non è poi così governabile e che noi più di tanto non possiamo fare. Ecco perché qui è così difficile creare un programma, definire qualcosa di preciso. Qui i nostri sistemi di sicurezza con i quali pretendiamo di ordinare linearmente il tempo, non funzionano mai. Ci sconvolge la rassegnazione, l’impotenza…noi che ci siamo ogni volta sentiti con la capacità di intervenire sempre.

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    Picchio continuamente la testa sul finestrino, anche dopo che mi tengo forte, le buche sono bestiali e la strada non perdona. Una ruota si buca e ci fermiamo. Appoggio i piedi su quella terra color amaranto e di nuovo mi perdo nel tutto che questo paesaggio ci regala. Mi tuffo nei colori, muovo il corpo allo stesso ritmo del mal di male creato dall’autoveicolo sulle buche.

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    Respiro tutto il respirabile, pure la polvere rossa della strada, il sole picchia sulle teste ed è ora di ripartire. La strada è di nuovo pronta ad accoglierci a suo modo e lo stomaco ricomincia ad agitarsi. Attraversiamo un ponte sotto il quale scorre un fiume, riusciamo a scorgere qualche ippopotamo in lontananza, eccoci, siamo alle porte di Wau.

    Wau si trova a soli 100 km da Tonj. Dal nome si direbbe essere una città entusiasmante, ma dopo ore su ore di buche sulla strada l’unica cosa che ci crea entusiasmo è esserci fermati. Non siamo più nel Warrap, ci troviamo nello stato del Bahr El Ghazal e qui è decisamente tutta un’altra storia. Attraversando il fiume si trova la semiciviltà: edifici in mattoni, vie più o meno degne di essere chiamate strade, benzinai, macchine, mezzi di trasporto, biciclette, persone variopinte… Dopo tre mesi e mezzo di sola natura e capanne attorno a noi ci sembra un miraggio.

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    Portiamo la macchina dal meccanico e rimaniamo sotto il sole per un’oretta bella e buona, ma ormai i tempi africani sono diventati parte del nostro nuovo modo di affrontare le attese. La macchina è pronta, ci rimettiamo in moto e cominciamo il nostro tuffo nel mercato di Wau.

    Entriamo in un viottolo claustrofobico con tutte le persone che osservano l’entrata dei bianchi nel loro regno e chiamano, urlano, fanno gesti per richiamare la nostra attenzione e la nostra moneta occidentale. Non esiste una vera e propria separazione dei banchi, le persone sono ammassate una sull’altra, gli odori forti agitano nuovamente lo stomaco.

    Banane, okra, cipolle, patate, sacchi di sorgo, manghi, pane, tutti quei colori ci riempiono gli occhi e ci chiamano a loro. Compriamo il necessario con l’aiuto del driver che media la lingua e soprattutto i prezzi, si sa che all’uomo bianco fanno pagare sempre un pò di più. La casualità regna sovrana, non c’è alcuna logica nel prezzo e nel peso del materiale acquistato.

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    Finisce il giro degli alimentari e passiamo a comprare le medicine per il centro dei malati affetti da tubercolosi. Attesa, ancora attesa, di nuovo attesa. Carichiamo sulla macchina tutto l’occorrente. Manca la bombola del gas, riprendiamo la macchina, ritorniamo nella zona del meccanico, riscendiamo, entriamo in un locale molto simile ai nostri garage, lasciamo lì la bombola vuota e prendiamo la bombola piena. Carichiamo la macchina, leghiamo la bombola con quello che c’è, sperando che la strada ci sia amica almeno al ritorno. Torniamo indietro, raggiungiamo il tecnico che ci sistemerà (forse) internet, ma improvvisamente a qualcuno torna in mente di comprare qualcosa. Torniamo nel mercato, di nuovo verdura, di nuovo lo stesso e identico giro precedente. Di nuovo attesa. Finito il giro alimentare, ritorniamo in farmacia e ancora attesa. Finito il giro in farmacia è la volta delle cose da bere. Ci fermiamo davanti ad un distributore di benzina mentre attendiamo. Carichi, sempre più carichi si riprende la strada per casa. Ormai il sole sta calando e la sera inizia a farsi viva. Di nuovo botte, di nuovo scatti e di nuovo freni, tutto si ripete alla perfezione, solo che ora siamo schiacciati come sardine e nella macchina non si respira. Il sole cala sempre più… e quando il buio arriva incalzante raffiorano le paure della notte. Il buio chiama l’insicurezza e l’estrema voglia di tornare a casa in fretta.

    Da lontano si vedono chiazze di luce nel cielo, sono lampi che scaricano la loro energia sulla terra, altre luci sono invece i fari delle jeep che ogni tanto ci sorpassano. Dietro di noi un camion ci fa segno di farlo passare. La nostra macchina rallenta, lascia libero il passaggio, ma nel buio intravediamo il veicolo pieno zeppo di persone, militari per la precisione. Rimaniamo in silenzio mentre li guardiamo passare e alcune immagini scorrono così veloci che non abbiamo il tempo di razionalizzare al volo. Eccoli lì, i famosi soldato-bambino. Un brivido entra dentro di me, mi accappona la pelle. Mi tornano in mente gli sguardi affamati dei bambini di strada che incrociamo spesso nei nostri spostamenti. Gli sguardi con cui ci osservano, anche quando sorridono lo fanno col timore di aver osato troppo. Questi bambini hanno sguardi già vecchi, chissà quante e quali cose hanno visto e vissuto più di noi. Si può leggere in quegli occhi il forte senso di disfatta.

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    Mi assale un senso di sconforto, l’atmosfera tetra della notte, l’ingiustizia umana e la sua miseria, che mi entra negli occhi, ovunque posi lo sguardo pesa sul mio animo.

    Arriviamo a casa, scendiamo dalla jeep, scarichiamo la roba e proprio in quell’istante, decisamente fatto apposta da qualche forza superiore, scende dall’alto una pioggia fitta e irruente e finisce sulle nostre teste, sul nostro corpo. Finiamo di scaricare la merce, rimaniamo sotto l’acqua lasciandoci scivolare addosso polvere e immagini dure, e finalmente possiamo respirare.

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  • E poi venne l’acqua

    Ed è così che in poco più di tre mesi senza un orologio da polso, un cellulare sempre in tasca o una sveglia in camera ti stai abituando a dire “presto” o “tardi” in base alla posizione del sole. Seguendo il ciclo luce-buio diventa inevitabile riportare il proprio corpo a quei ritmi naturali che, da un bel pezzo, non appartengono più al nostro stile di vita. E ancora qui, dove tutti i ritmi sono cadenzati dalla luce è inopportuno infastidirsi per un ritardo. Sì, perchè un ritardo sul tuo telefonino non sarà mai uguale al ritardo su quello di una persona di queste parti. Qui hanno il cellulare, quasi tutti, ma non tutti hanno modo di ricaricarlo. E così, nel momento in cui riescono a riaccenderlo, parte la catena di sant’antonio dell’aggiornamento dell’orario del telefonino e, come per il gioco del telefono senza fili, parte uno a diffondere il suo orario arrivando, dopo cento persone, a una mezz’ora abbondante di scarto.

    Ma il sole è inconfondibile, non si scarica, non scappa, magari si nasconde, ma se è presto o tardi riesce sempre a dirtelo. L’unica cosa è che qui sembra fare il gioco di spostarsi col passare dei giorni, cambia traiettoria e, dopo tre mesi, anzichè tramontare dietro il mango enorme di sette lustri finisce col tuffarsi dietro i muri maceri di vecchie latrine abbandonate.

    Ma il sole c’è sempre, anche in quei giorni in cui fa l’offeso dietro a enormi nuvole che si schierano come a formare una cupola bianca sopra la tua testa.

    E proprio quando hai capito la sua forza e ti sei attivato per evitare la bruciatura dei germogli ingegnando delle costruzioni di tela e bamboo qualcosa cambia nell’aria, l’umidità aumenta vertiginosamente, il vento si contorce e sibila contro ogni ostacolo e la cupola bianca tende a sporcarsi di grigio, fino a caricarsi di nero.

    In questo momento l’aria è irrespirabile, un pò per la polvere alzata dal vento e un pò per le grosse gocce di acqua che si formano sulla pelle a causa dell’umidità. Ciò che prima era secco ora diventa umido. Ciò che prima era mosso da una leggera brezza ora viene letteralmente piegato e sfrangiato da una tempesta devastante. Vento che taglia la pioggia e piega il suo percorso. Acqua sotto forma di gocce grandi quanto un pollice che si schianta al suolo, lo riempie di buchi e lo trasforma in pochi istanti in fango putrido.

    Non ci sono porte che tengano, serramenti che proteggano o tetti che riparino perchè, in un modo o nell’altro, l’acqua arriva dappertutto, sempre. E che fortuna, è vita.

  • Nauseabotta

    L’Africa è dura. Ci sono giorni che la nausea ti toglie il respiro, lo stomaco si contorce, si ribalta dentro se stesso. E quando tutto sembra più calmo, gli odori forti sono svaniti, le fitte alla pancia sono andate, accade qualcosa che richiama nuovamente l’agitazione del tuo stomaco.

    Questa volta non è l’odore di piscio di topo o l’intenso odore delle stanze di degenza dell’ospedale a riaccendere la turbolenza gastrica. Non è qualcosa che abbiamo mangiato e che non dovevamo, non è l’acqua che beviamo. Niente di tutto questo.

    Siamo nel cortile dell’ospedale insieme alle donne delle pulizie mentre raccolgono foglie, fanno delle piccole montagne di foglie secche di albero di mango per dare più ordine al compound.

    Più avanti, dove c’è il pozzo, di fronte alla boarding house, ci sono due ragazzine, avranno al massimo quindici anni. Si stanno picchiando. Attorno a loro ci sono bambini più piccoli, i soliti street children che ogni mattina passano di qui per vedere se riescono a raccimolare qualcosa da mettere nello stomaco.

    Le ragazze si prendono a pugni, si trascinano per terra, si tirano calci, si gridano in faccia, si prendono a ginocchiate con tutta la forza che hanno in corpo. Subito una donna delle pulizie corre verso di loro per separarle. La donna è fragile e magra, ha poca energia, ma cerca di placare lo scontro. La violenza delle ragazze è forte e irrompe, vince su tutto.

    Si avvicinano altre donne per frenare l’aggressione, intanto la gente per strada si ferma e guarda lo spettacolo. Molti ridono, altri indicano, inizia ad accumularsi gente che rimane ferma a commentare la scena, senza intervenire.

    Una delle due ragazze si placa, cerca di scappare alle botte dell’altra, ma quest’ultima è irrefrenabile, non contenta va a prendere pezzi di pietra il doppio più grandi della sua testa e inizia a tirarli contro l’altra.

    In mezzo a loro i bambini non si spostano, ridono per la scena a cui stanno assistendo. Le pietre volano sopra le loro teste, finiscono a terra provocando piccoli buchi.

    Le donne adulte nel frattempo prendono dei bastoni, afferrano la ragazza più aggressiva, la sdraiano a terra, la sottomettono, come si fa con le bestie e cominciano a riempirla di bastonate.

    La ragazza urla. La gente ride mentre la ragazza grida il suo dolore. Si agita… le bastonate iniziano dalla schiena e finiscono sulla testa. Ed è lì, in quel momento, che quelle bastonate inizi a sentirle nel tuo stomaco. Brividi sulla tua pelle e dentro di te qualcosa si contorce, ti corrode e non puoi fare molto di più che stare ad assistere alla scena come gli altri, con la differenza che non riesci ad emettere alcuna risata. È lì che nasce la tua nausea, la colazione di ore fa si gira e si rigira nel tuo stomaco, stenti a vomitare. Ti manca il respiro, quel respiro che ti permette di piangere alla vista di tanta violenza ingiustificata.

    Di nuovo la ragazza vince alle botte, si rialza e sembra scappare: gira l’angolo ma riappare un minuto dopo con in mano un’altra pietra. Le donne si avvicinano con il bastone, la fermano, la buttano a terra e ricominciano a riempirla di bastonate fino a ferirla sulla testa. La ragazza calma la sua aggressività e mette le mani sulla sua ferita mentre si alza. Le donne l’accompagnano in ospedale mentre lo spettacolo è finito e la gente sparisce, gli spettatori tornano a casa.

    La donna delle pulizie ci guarda e ci fa segno con il dito indice sulla testa facendoci intendere che la ragazzina non sta bene di testa. Pure le suore giustificano tanta violenza, sia subita che provocata, con il fatto che la ragazzina abbia problemi mentali. “È malata nel cervello” dicono, con questa affermazione è giustificabile la bastonata per placare l’aggressione, è possibile spaccarle la testa e portarla all’ospedale. Sottometterla, trattarla come una bestia e il bastone come medicina di ogni male.

    Ecco che il bastone è ancora dentro la nostra pancia, ripercorriamo con la memoria ogni singola bastonata vista, le stesse le risentiamo, una per una, dentro di noi e ci obbligano a provare quell’orribile senso di nausea che ci accompagna da giorni.

  • In principio era il Fuoco

    Torniamo all’inizio del tutto, prendiamo in mano legna da bruciare, scaviamo buchi nel terreno per nasconderci da noi stessi, ci bagniamo sotto la pioggia, cerchiamo riparo, attraversiamo laghi di pozzanghere, quasi ci tuffiamo dentro. Saltiamo, saliamo la scala e guardiamo dall’alto, si dice che le cose viste dall’alto o da lontano sono più chiare. Torniamo all’origine dell’origine di noi stessi. Ritorniamo acqua per pulire il disordine dentro di noi, abbracciamo la terra per gratitudine alla vita, respiriamo aria e diventiamo vento per toccare la leggerezza che avevamo dimenticato. Scendiamo e di nuovo tocchiamo terra, mischiata ad acqua che diventa fango. La polvere scompare.

    02

    Arriva una donna cieca, accompagnata da un bambino di tre anni, il sostituto dei suoi occhi. La donna è anziana e il bastone non lo usa per sorreggersi ma per collegarsi ai suoi nuovi occhi, una vita di soli tre anni che la conduce in giro per il mondo. Si intravede del sangue che gocciola sotto alla gonna della donna, il bambino si avvicina, mette a sedere sulla panca di attesa la signora, le alza la gonna fino al ginocchio e mostra una lesione profonda all’altezza del ginocchio. Ecco da dove veniva il sangue. Ma qualcosa ci chiama a correre dentro l’ambulatorio, un’energia particolare, uno stimolo da seguire senza esitare.

    05

    Entriamo nella sala medicazioni e Sister Monica ci dice che bisogna fare velocemente un’iniezione ad una donna punta da uno scorpione. La donna entra nella sala gattonando, non riesce a stare in piedi dal dolore. La sua sofferenza si legge sul suo viso, non siamo neppure in grado di chiederle di mettersi sul lettino da quanto ci sembra di chiederle uno sforzo immenso. La donna rimane per terra mentre viene preparato il necessario. In quel momento sentiamo uno scroscio d’acqua provenire da dietro un vecchio paravento usato per garantire un minimo di privacy ai pazienti. Ci accorgiamo che dietro a questo divisorio c’è una donna gravida sul lettino che le si sono appena rotte le acque e sta dando inizio al suo travaglio. Subito Sister Monica chiede assistenza, cerca guanti sterili, garze, bisturi, tutto il necessario. Mery, la donna delle pulizie e ostetrica non per titoli accademici ma per la vita (mamma di dodici bambini senza padre, sempre attenta e sempre sul pezzo), ha aiutato a nascere non sappiamo quante vite oltre a quelle venute al mondo dal suo grembo, si mette il grambiule, mette la donna gravida in posizione e prende il necessario. Intanto la donna colpita dallo scorpione rantola per terra, esprime il dolore senza verbalizzarlo, cerca di respirare mentre attende la sua inizezione di antidolorifico. Non si trova l’ago giusto, non si trova l’antidolorifico, bisogna aprire l’armadio giusto, non si trovano le chiavi. Trambusto, disordine, sofferenza, paura, agitazione, emozione, gioia, qualcosa, qualcuno sta venendo al mondo e qualcun’altro sta provando uno dei dolori, così dicono, più forti al mondo. Ci muoviamo, cerchiamo quello che serve per intervenire e mentre il necessario per l’iniezione è pronto, l’ago entra nel muscolo ed è fatta. La testa del bambino sta per uscire, Mery afferra la testa e con forza e altrettanta delicatezza fa uscire l’intero corpo del neonato. Sister Monica da direzioni, è ferma e cauta ma diretta, mantiene quella calma interiore apprezzabile e indescrivibilmente magica. Il bambino grida, piange, urla il suo essere al mondo.

    04

    Ora possiamo dire fuoco. In principio eravamo stati anche fuoco, quel grido di esserci stati, quel fuoco dentro di noi, nei nostri polmoni durante il primo atto respiratorio. Siamo fuoco anche in quella pancia che brucia e tira fuori la vita. Il bambino viene avvolto in una salvietta, Sister Monica gli pulisce gli occhi con le garze in attesa della loro apertura al mondo. Mery porta la bilancia, la poggia per terra, Sister Monica ci sale sopra tenendo in braccio il neonato, riscende, passa con delicatezza il bambino nelle mani di Mery e risale sopra la bilancia per fare la sottrazione al peso di entrambi. Quattro chili di bambino sono venuti al mondo in pochi minuti. Ecco il nuovo arrivato, eccolo tra noi, avvolto in un panno. Ecco il fuoco che siamo e che eravamo.

    03

  • Verso Tonj

    Puoi cambiare camicia se ne hai voglia,

    e se hai fiducia, puoi cambiare scarpe.

    Se hai scarpe nuove, puoi cambiare strada,

    e cambiando strada, puoi cambiare idee.

    e con le idee, puoi cambiare il mondo,

    ma il mondo non cambia spesso.

    Allora, la tua vera rivoluzione, sarà cambiare te stesso.

    (Vivere La Vita – Alessandro Mannarino)

  • Tirare Fuori

    I bambini di strada sono tutti in cima agli alberi di mango, si arrampicano, si aggrappano e vanno al frutto, ancora troppo verde, ancora lontano dall’essere maturo. Ma la fame è fame, un mango acerbo è comunque qualcosa da mettere nello stomaco.

    Intanto sotto agli alberi passano le capre che cercano di sequestrare ai bambini i manghi caduti.

    E’ mattina e penso ai bambini che a quest’ora dovrebbero essere a scuola. Ripenso allo sguardo severo dei miei genitori quando da piccola dicevo di non volerci andare. Ripenso ai loro occhi da insegnanti intransigenti nell’adempiere il grande dovere di farmi andare a scuola. Solo dopo parecchi anni ho capito che la scuola non era solo un semplice dovere, ma era soprattutto un mio diritto.

    Penso ai miei compagni, alle amicizie create, alle esperienze significative e anche traumatiche che quegli anni mi hanno fatto vivere. Ripenso al mio essere educatrice oggi e alla mia voglia di tirare fuori da me e dagli altri qualcosa che non può rimanere inosservato: qualcosa degno di essere visto e scoperto da tutti, perché indispensabile per il nostro essere nel mondo. Tirare fuori, questa è la mission di ogni educatore.

    Guardo di nuovo i bambini sugli alberi e gli chiedo, improvvisando un inglese semplice, il perché non sono a scuola. I bambini mi guardano, ridono, si parlano tra loro in lingua locale e l’unica parola che riesco a riconoscere nel loro discorso è “Kawaja” (uomo bianco). Capisco che non conoscono l’inglese e mi innervosisco perché vorrei riuscire a comunicare con loro.

    RSCN1772

    Entro in ospedale, cerco le donne delle pulizie, con le quali stiamo facendo formazione, dico loro di seguirmi che dovremmo pulire il deposito dell’ospedale. Le due donne mi seguono munite di un secchio d’acqua, scope, detersivo per pavimenti, stracci. Attraversiamo insieme la parte esterna dell’ospedale per raggiungere il deposito, ribeccando i bambini di prima. Una delle donne si ferma e chiede ai bambini un mango: lo prende, se lo mette nella tasca della divisa, riprende il secchio appoggiato a terra e riparte per arrivare al deposito. Arrivate nella stanza lascio loro l’autonomia di iniziare da dove ritengono sia primario iniziare e intanto esco dal deposito per andare a prendere altri stracci. Quando ritorno vedo che una delle donne si è mangiata il mango acerbo dei bambini e si sta pulendo la bocca nell’acqua del secchio per i pavimenti. Intervengo subito d’istinto. Qualcosa nasce da dentro di me e si scontra con la mia educazione, il mio ambiente culturale, il mio sviluppo, la mia identità…qualcosa di profondo si accende dentro di me. Le parlo in inglese ma la donna non capisce. Uso i gesti per spiegare che la sua azione è pericolosa per se stessa, per le malattie che può contrarre. Ma mi rendo conto che pure i gesti hanno una barriera comunicativa derivata dalla differenza culturale. Lascio passare e ripenso alla scena appena vista, ripenso ai bambini sugli alberi. Salto di nuovo con la mente e penso alla mia scuola: ai compiti, alle fatiche, alle incomprensioni, ai dolori di stomaco prima di una interrogazione, alle notti insonni prima di una verifica. In fondo anche le cose meno belle sono vita. Sono parte della mia evoluzione. E nel mio vissuto ho sempre avuto una figura di riferimento, che nel tempo è cambiata, in base ai diversi contesti che ho frequentato, ma qualcuno che tirasse fuori da me qualcosa di unico c’era. E i bambini sui mango? Chi tirerà fuori il loro potenziale?

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    Solo ora mi accorgo di quanto l’educazione sia salvifica. Sì, l’educazione salva la vita. Riguardo ancora una volta i bambini sugli alberi e penso che dentro di loro il potenziale più grande sia ricevere un’istruzione e un’educazione da poter trasmettere anche ai loro genitori, che non le hanno ricevute, perché vittime di guerra. Mandare un figlio a scuola qui, significa portarsi a casa un’energia nuova, una cultura nuova, che nasce dal basso, dalle piccole cose, dal quotidiano. Penso a me e Damiano, catapultati in questa realtà, mezza sanitaria e mezza educativa e mi stupisco sempre più di come queste due professioni siano in realtà così collegate e che funzionino così bene ad incastro. Damiano medica ferite che metaforicamente chiamiamo “di guerra”, ma attorno ad ogni ferita bisogna saper “tirare fuori” il comportamento giusto da mantenere nel tempo per farsì che la ferita non peggiori. Quindi sì, cicatrizzare una ferita è frutto di un lavoro di squadra che si impegna a scavare per terra e tirare fuori i potenziali. Educere quindi, educare è parte della cura.

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