Dhuck Cien – Tornare

Dicono che l’Africa ti cambi dentro. Dicono che smuove, agita, rompe, distrugge, ricrea, ridisintegra e lascia il segno dentro di te.

Dicono che dall’Africa si torna sempre con qualcosa di diverso. Alcuni tornano con dei segni visibili nel loro modo di fare, altri tornano con negli occhi gli sguardi dei bambini, quei volti invecchiati, dagli occhi che hanno visto più di te. E poi ci sono quelli che tornano con l’amaro in bocca delle immagini solo sentite e raccontate prima di averle viste davvero. Poi ci sono quelli che portano i segni sul corpo. Qualcuno è tornato con qualche chilo in meno, qualcun altro si porta dietro i segni di malattie dormienti, cicatrici di tagli commessi per errore, bruciature da fuoco.

L’Africa ti riporta all’origine sempre.

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E noi? Cosa ci porteremo da questo continente nero?

Forse ci porteremo tutti i bambini che non siamo riusciti a incontrare, forse ci porteremo a casa le loro mani e il sangue della mucca che scorre pure nelle loro vene.

Forse ci porteremo il fango dopo la pioggia, la melmosità di un terreno poco solido che ti fa sprofondare nella fossa, soli con noi stessi, perché forse è proprio questo quello di cui abbiamo bisogno: fare i conti con la nostra solitudine.

Forse ci porteremo in Italia il bruciore di stomaco dell’impotenza, di quando non puoi fare nulla per cambiare le cose che vedi e ti fanno male.

Forse torneremo a casa con la voglia di terra, arida o fangosa che sia, ma terra.

Forse porteremo con noi tutti i colori che abbiamo vissuto, ci riempiremo di quei ricordi luminosi, dei sorrisi, dei tamburi, del ritmo e delle danze. Forse torneremo danzando i loro suoni e le loro suppliche per un mondo che non vedono, che gli hanno tolto, continuano a togliere e a togliersi.

Forse voleremo più leggeri di prima, senza vestiti, nudi, a piedi scalzi. Forse porteremo l’odore dell’Afica sulla nostra pelle. Quel sapore di polvere misto a sudore e fatica.

Forse sarà il fuoco ad accompagnarci nel viaggio. Sarà quel calore nel cuore che scalda ogni momento crudo.

Forse sarà la notte, quella vera, ad accompagnare a casa le nostre paure. Quelle paure ancestrali, che si scoprono solo nel buio, il buio vero, che nel centro dell’Africa vive più forte e cattura il nostro corpo nell’ombra.

Forse torneremo a casa con i fucili alle mani, I fucili che abbiamo sentito durante le nostre notti insonni. Non sempre si trattavano di fucili di guerra, delle volte erano fucili di festa. Colpi nell’aria per la lotta all’indipendenza, alla libertà.

Forse torneremo con la voglia di lottare anche noi, una lotta fatta di mani pulite, senza armi e denaro: il fucile ce l’abbiamo dentro, caricato e pronto a sparare il proiettile di noi stessi sul mondo.

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Forse l’intera Africa partirà con noi e non ci abbandonerà.

O forse niente di tutto questo rimarrà con noi, forse niente cambierà nella nostra vita e niente è già cambiato. Saremo sempre noi, sempre gli stessi.

Forse non scopriremo mai quali segni questa terra ci ha lasciato fuori e dentro di noi, saranno gli altri a farcelo scoprire.

Tornare, Dhuk Cien Baai. Torniamo a casa, mamma Italia.


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