Flebili speranze di pace in Sud Sudan

Flebili speranze di pace in Sud Sudan

Firmato ad Addis Abeba da tutte le fazioni in lotta l’accordo per il cessate il fuoco. Da Juba la voce di Suor Elena Balatti, missionaria comboniana.

Pubblicato il 27/12/2017
LUCA ATTANASIO
ROMA
Il combinato dell’approssimarsi delle festività natalizie, molto sentite in un paese a stragrande maggioranza cristiano, e degli insistenti appelli e preghiere del Papa, hanno portato un buon risultato in Sud Sudan. Tutte le forze che si oppongono da ormai oltre quattro anni (lo scorso 15 dicembre si è «celebrato» il quarto anniversario dello scoppio della guerra civile) hanno siglato il 21 dicembre ad Addis Abeba un accordo di pace che prevede la tregua delle ostilità, l’accesso umanitario e la protezione dei civili. L’intesa, entrata in vigore il 24 dicembre, è stata raggiunta da tutte le più importanti forze in campo: le due principali – le milizie governative fedeli al presidente Salva Kiir e quelle dell’Splm guidate da Riech Machar – e tutte le altre fazioni che, nel corso dei quattro anni, si sono moltiplicate aggiungendo tensioni e rivendicazioni a un conflitto che ha già causato oltre 300mila morti, 4 milioni di profughi interni ed esterni e ha lasciato oltre 6,5 dei 12 milioni di abitanti nella fame.
È bastato questo segnale, peraltro funestato a poche ore dalla sigla da ripetuti incidenti con morti e feriti in varie zone del Paese, per far ripartire tra la popolazione un sentimento di speranza e di fiduciosa aspettativa.

«A me è sembrato che la gente abbia voluto celebrare le feste di questo Natale con più gioia e intensità – dichiara suor Elena Balatti, missionaria comboniana da molti anni in servizio a Juba – Ho preso parte personalmente a tre Liturgie, due nelle principali parrocchie e una nel campo sfollati di Juba e ho percepito un sentimento di forte attesa. La gente si è concentrata molto sul senso del Natale che è un segno inequivocabile di speranza e, ripeto, mi è sembrato di vedere e sentire danze e canti vissuti con maggiore partecipazione».

Purtroppo già poche ore dopo l’entrata in vigore sono avvenuti gravi scontri e nella stessa giornata di Natale ci sono stati morti.

«Sì, è vero. L’accordo è entrato in funzione nella notte tra il 23 e il 24 dicembre e da allora ci sono state almeno tre pesanti violazioni, alcune delle quali hanno causato morti e feriti. A Natale gli scontri hanno portato all’evacuazione del personale umanitario nella zona di Koch. Ovviamente abbiamo tutti appreso le notizie con grande delusione e amarezza. Ma rimangono dei segnali di fiducia. Il presidente Kiir, per esempio, il 25 è andato nella cattedrale anglicana di Juba e ha dichiarato che, sebbene la tregua sia stata violata dai gruppi di opposizione,l’esercito non passerà all’offensiva e non risponderà al fuoco. Attendiamo i prossimi giorni con molta trepidazione. Se le scaramucce saranno limitate vuol dire che il processo può andare avanti, altrimenti si preannuncia una fase molto dura anche perché si avvicina la stagione secca quando, cioè, si intensificano i combattimenti».

Il tavolo negoziale è stato convocato allo scopo di riesumare l’accordo del 2015 che, purtroppo, è miseramente fallito…

«Esattamente, solo che all’epoca le fazioni che hanno apposto la firma erano due, i governativi e i ribelli di Machar. Ora, purtroppo, le milizie entrate nel conflitto sono molte di più. Che siano andate praticamente tutte ad Addis Abeba è stato comunque un segnale molto positivo così come il fatto che dietro questo accordo ci siano le volontà sempre più decise di Igad (Intergovernamental Authority on Development, l’agenzia che riunisce Stati dell’Africa orientale per la cooperazione, lo sviluppo e la pace dell’area, ndr), dell’Unione africana, dei paesi della cosiddetta troika (Usa, Norvegia, UK) e della Ue, oltre che della Cina che ha enormi interessi commerciali in Sud Sudan e tutta la regione.

Un altro richiamo importante è che la delegazione del governo fosse guidata dal Ministro per gli Affari Istituzionali Martin Lomoro, che Machar abbia inviato il suo vice e che una delle principali fazioni in lotta fosse rappresentata dal generale Thomas Cirillo, il più rilevante. Certo, la decisione – molto probabilmente perché nessuno se la sentiva di tornare a casa a festeggiare il Natale con un mancato accordo – è stata presa in soli quattro giorni di dibattito e molti dei temi cruciali sono stati solo sfiorati. L’accordo, quindi, manca di profondità, di analisi, rischia di avere basi fragili, ma è comunque un buon punto di partenza. Ovviamente ci vuole tempo e calma».

Quali sono i punti più critici della attuale situazione politica?

«Il primo problema ormai annoso è quello di trovare una struttura politica accettabile per tutti. I sud sudanesi devono ricercare una soluzione sulla forma di governo in cui la popolazione possa sentirsi rappresentata appieno. Al momento la modalità è di governo accentrato mentre una grossa fetta guarda con favore alla formula del federalismo o addirittura della confederazione di Stati. Sono questi i nodi da affrontare al più presto e andando in profondità, se la gente sarà soddisfatta del livello politico del dibattito le armi torneranno a tacere. È evidente che al momento il modello centralista non soddisfi la maggioranza e ciò crea molta tensione».

Crede che gli appelli e le iniziative di pace per il Sud Sudan del Papa abbiano contribuito a questo primo passo?

«Penso proprio di sì. Dopo la preghiera di fine novembre ci sono stati altri appelli del Papa, l’ultimo al messaggio natalizio Urbi et Orbi: il Sud Sudan è stato il primo paese citato tra quelli per cui invocava la pace . L’insistenza del Papa e il periodo natalizio hanno certamente forzato la mano, costringendo i leader politici a fare qualcosa. Ora bisogna renderla operativa per sperare che si possa celebrare il 2018 come l’anno della pace».

http://www.lastampa.it/2017/12/27/vaticaninsider/ita/nel-mondo/flebili-speranze-di-pace-in-sud-sudan-JiyF6WiXdXND1bs9ZsxTWI/pagina.html

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