Ghiaccio a 37°C all’ombra

Così inizia la giornata nell’ospedaletto: un pianto disperato, intenso e talmente acuto da lacerare i timpani. Una bambina, presumibilmente con meno di quattro anni, arriva in braccio alla sorella maggiore che darle unidici anni è già troppo. Insieme a loro, leggermente nascosta, c’è anche la sorella gemella della piccola, ma di posto in braccio per lei non ce n’è. Qui funziona così, è la prassi vedere nelle vesti da madre delle bambine poco più grandi delle loro stesse sorelle.

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E inizi a pensare a quanto è frequente vedere piccoli essere umani che, superato lo svezzamento, passano le loro giornate adagiati sull’anca di un’altro essere umano, femmina, non troppo più grande di loro. Ad osservare queste bambine o, nei casi meno appariscenti, queste ragazze, sembra di vedere qualcosa di già visto. Le vedi, loro assumono un po’ la posa di quelle modelle che spesso si vedono sfilare nei servizi dei telegiornali quando raccontano l’ evento di moda importante dell’ultimo periodo. Quella posa che si nota in entrambi i casi è la stessa che le top model attuano a fine passarella, dopo la camminata di andata: mano sul fianco, un’anca più sollevata dell’altra per l’apertura della gamba in modo da poter mettere in buona mostra il vestito. Qui però non c’è nessun vestito da esporre con l’anca alzata, c’è solo un bambino che ci sta bene a cavalcioni, col naso che cola, attorno al quale le mosche banchettano senza troppi fastidi. Ah, giusto! Nella stessa posa condividono la stessa magrezza, solo ne cambia radicalmente “la causa”. Tuttavia, per esser sinceri, questa cosa un po’ ci fa pensare.

Ma in tutto questo viaggiare con la fantasia la bambina di quattro anni non è andata via, è ancora lì con il suo pianto energico e trafiggente più di prima. La cosa buffa è la sua fotocopia quieta, in piedi accanto a lei, impassibile nelle espressioni del viso, ma estremamente sofferente nel profondo sguardo. L’unica che sembra essere abituata a questa sofferenza, e non è questo il tempo di chiedersi come mai, è la sorella maggiore che con un inglese spiccio e gesti semplici ci spiega cos’è successo. Intanto il pianto non smette, le lacrime della piccola scendono copiose e la confusione dell’ambiente non sono di conforto, né per loro, né per me. Un mulo nello spostarsi deve averle calpestato la mano, più precisamente ha schiacciato il quarto dito della mano sinistra mentre questa giocava con i sassi nell’appezzamento di terreno adiacente alla loro casa. Porsi delle domande sulle dinamiche di questi eventi risulta essere molto stancante per il nostro cervello, meglio se ci si limita ad osservare e ad agire.

La mano è avvolta in un pezzo di stoffa lercio di terra, sabbia e sangue. Al primo tentativo lo straccetto sembra non voler abbandonare questa mano e più nel dettaglio sembra essersi affezionato molto al dito e al suo sangue coagulato dall’attesa.

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Anche qui non hai tempo nemmeno di chiederti il perché di questa attesa, ma lo stiamo capendo. “Attesa” da queste parti è compagna, è legge, è madre, è natura, è vita, è morte.

Al secondo tentativo, dopo un po’ di acqua sterile versata, lo straccetto sembra allentare la presa, ma ovviamente è ben deciso di non andarsene senza portarsi via un ricordo dopo quella lunga convivenza. Nel frattempo qualcuno deve aver alzato il volume, perché ormai il pianto non solo rimbomba dentro la stanzina polverosa, addirittura esce dalla finestra, rimbalza sul muro dell’edificio di fronte, risuona negli alberi e nei loro rami che a loro volta vibrano trasmettendo questo strazio a centinaia di metri da noi…ma lo straccetto è stato rimosso e il dito appare in tutto il suo rosso che tanto accomuna noi esseri umani indipendentemente dal colore della pelle, dalla lingua, dalla cultura, dal pianto. Forse non esistono aghi e punti di sutura che reggono una tale lesione, tantomeno qui, in questo posto. Non c’è un trattameno specialistico purtroppo, solo detersione, disinfezione e medicazione, ma che a pensarci bene, in confronto al pezzetto di stoffa (che non è da sottovalutare nemmeno questo), è un enorme supporto alla guarigione. Inoltre, per il pianto, è rilevante considerare l’effeto combinato di stanchezza della bambina e ghiaccio attorno alla medicazione. Una fortuna per tutti, anche per il mal di testa. Ghiaccio a 37°C all’ombra.

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