Il viaggio continua

La strada è bucata da solchi grandi come crateri, ricolmi di acqua putrida e fango. La macchina è forte e segue il ritmo dell’acqua depositata ai suoi piedi. Il movimento della macchina è scattoso, accellera e frena, accellera e frena, ti solleva dal sedile e ti fa volare dentro l’abitacolo, ti fa sbattere la testa e ti riporta sul sedile in un’altra posizione. Tre ore erano troppe una volta, ora volano come fossero minuti. I nostri occhi si aprono in un verde soffice e sinuoso, mai vista una vegetazione così viva e incontaminata. Siamo dentro al bush, siamo nel verde più verde dei verdi. La strada è circondata da alberi con foglie grandi come ventagli. A tratti si vedono alberi mastodontici caduti a terra, distrutti dal vento e dalla pioggia. Ed è da questi alberi che si capisce come qui, più che in ogni altro posto del mondo, la natura sovrasta, non è dominabile. E’ ora che capisco quanta vulnerabilità esistenziale scorre nel sangue dell’uomo. Io lo scopro ora, osservando gli alberi a terra e interfacciandomi con gli africani che, dal loro modo di fare, si percepisce la loro rassegnazione a riguardo. E’ come se avessero capito che la vita non è poi così governabile e che noi più di tanto non possiamo fare. Ecco perché qui è così difficile creare un programma, definire qualcosa di preciso. Qui i nostri sistemi di sicurezza con i quali pretendiamo di ordinare linearmente il tempo, non funzionano mai. Ci sconvolge la rassegnazione, l’impotenza…noi che ci siamo ogni volta sentiti con la capacità di intervenire sempre.

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Picchio continuamente la testa sul finestrino, anche dopo che mi tengo forte, le buche sono bestiali e la strada non perdona. Una ruota si buca e ci fermiamo. Appoggio i piedi su quella terra color amaranto e di nuovo mi perdo nel tutto che questo paesaggio ci regala. Mi tuffo nei colori, muovo il corpo allo stesso ritmo del mal di male creato dall’autoveicolo sulle buche.

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Respiro tutto il respirabile, pure la polvere rossa della strada, il sole picchia sulle teste ed è ora di ripartire. La strada è di nuovo pronta ad accoglierci a suo modo e lo stomaco ricomincia ad agitarsi. Attraversiamo un ponte sotto il quale scorre un fiume, riusciamo a scorgere qualche ippopotamo in lontananza, eccoci, siamo alle porte di Wau.

Wau si trova a soli 100 km da Tonj. Dal nome si direbbe essere una città entusiasmante, ma dopo ore su ore di buche sulla strada l’unica cosa che ci crea entusiasmo è esserci fermati. Non siamo più nel Warrap, ci troviamo nello stato del Bahr El Ghazal e qui è decisamente tutta un’altra storia. Attraversando il fiume si trova la semiciviltà: edifici in mattoni, vie più o meno degne di essere chiamate strade, benzinai, macchine, mezzi di trasporto, biciclette, persone variopinte… Dopo tre mesi e mezzo di sola natura e capanne attorno a noi ci sembra un miraggio.

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Portiamo la macchina dal meccanico e rimaniamo sotto il sole per un’oretta bella e buona, ma ormai i tempi africani sono diventati parte del nostro nuovo modo di affrontare le attese. La macchina è pronta, ci rimettiamo in moto e cominciamo il nostro tuffo nel mercato di Wau.

Entriamo in un viottolo claustrofobico con tutte le persone che osservano l’entrata dei bianchi nel loro regno e chiamano, urlano, fanno gesti per richiamare la nostra attenzione e la nostra moneta occidentale. Non esiste una vera e propria separazione dei banchi, le persone sono ammassate una sull’altra, gli odori forti agitano nuovamente lo stomaco.

Banane, okra, cipolle, patate, sacchi di sorgo, manghi, pane, tutti quei colori ci riempiono gli occhi e ci chiamano a loro. Compriamo il necessario con l’aiuto del driver che media la lingua e soprattutto i prezzi, si sa che all’uomo bianco fanno pagare sempre un pò di più. La casualità regna sovrana, non c’è alcuna logica nel prezzo e nel peso del materiale acquistato.

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Finisce il giro degli alimentari e passiamo a comprare le medicine per il centro dei malati affetti da tubercolosi. Attesa, ancora attesa, di nuovo attesa. Carichiamo sulla macchina tutto l’occorrente. Manca la bombola del gas, riprendiamo la macchina, ritorniamo nella zona del meccanico, riscendiamo, entriamo in un locale molto simile ai nostri garage, lasciamo lì la bombola vuota e prendiamo la bombola piena. Carichiamo la macchina, leghiamo la bombola con quello che c’è, sperando che la strada ci sia amica almeno al ritorno. Torniamo indietro, raggiungiamo il tecnico che ci sistemerà (forse) internet, ma improvvisamente a qualcuno torna in mente di comprare qualcosa. Torniamo nel mercato, di nuovo verdura, di nuovo lo stesso e identico giro precedente. Di nuovo attesa. Finito il giro alimentare, ritorniamo in farmacia e ancora attesa. Finito il giro in farmacia è la volta delle cose da bere. Ci fermiamo davanti ad un distributore di benzina mentre attendiamo. Carichi, sempre più carichi si riprende la strada per casa. Ormai il sole sta calando e la sera inizia a farsi viva. Di nuovo botte, di nuovo scatti e di nuovo freni, tutto si ripete alla perfezione, solo che ora siamo schiacciati come sardine e nella macchina non si respira. Il sole cala sempre più… e quando il buio arriva incalzante raffiorano le paure della notte. Il buio chiama l’insicurezza e l’estrema voglia di tornare a casa in fretta.

Da lontano si vedono chiazze di luce nel cielo, sono lampi che scaricano la loro energia sulla terra, altre luci sono invece i fari delle jeep che ogni tanto ci sorpassano. Dietro di noi un camion ci fa segno di farlo passare. La nostra macchina rallenta, lascia libero il passaggio, ma nel buio intravediamo il veicolo pieno zeppo di persone, militari per la precisione. Rimaniamo in silenzio mentre li guardiamo passare e alcune immagini scorrono così veloci che non abbiamo il tempo di razionalizzare al volo. Eccoli lì, i famosi soldato-bambino. Un brivido entra dentro di me, mi accappona la pelle. Mi tornano in mente gli sguardi affamati dei bambini di strada che incrociamo spesso nei nostri spostamenti. Gli sguardi con cui ci osservano, anche quando sorridono lo fanno col timore di aver osato troppo. Questi bambini hanno sguardi già vecchi, chissà quante e quali cose hanno visto e vissuto più di noi. Si può leggere in quegli occhi il forte senso di disfatta.

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Mi assale un senso di sconforto, l’atmosfera tetra della notte, l’ingiustizia umana e la sua miseria, che mi entra negli occhi, ovunque posi lo sguardo pesa sul mio animo.

Arriviamo a casa, scendiamo dalla jeep, scarichiamo la roba e proprio in quell’istante, decisamente fatto apposta da qualche forza superiore, scende dall’alto una pioggia fitta e irruente e finisce sulle nostre teste, sul nostro corpo. Finiamo di scaricare la merce, rimaniamo sotto l’acqua lasciandoci scivolare addosso polvere e immagini dure, e finalmente possiamo respirare.

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